Fenomenologia delle mutande

mutandis mutande

Le cose cambiano, è una legge della vita.

Mutandis mutatis, appunto, recitavano i saggi maestri della retorica di un tempo, incidandoci ad adattarci al cambiamento, a farcene addirittura carico, cambiando quelle cose che debbono essere cambiate.

Ma ci sono alcune cose a cui siamo talmente affezionati, talmente abituati, che quando cambiano ci sconvolgono il mondo, nevvero? E non sto parlando delle piccole abitudini, manie della nostra vita, ma di quei valori basilari e fondamentali su cui si poggiano le nostre certezze, e l’intero costrutto della nostra vita.

Una di queste, sono le mutande.

Si, avete capito bene. Le mutande.

Forse ci stupiremo, poichè nel loro stesso lessico le mutande sembrano fatte apposta per cambiare (o meglio, per essere cambiate… almeno una volta al giorno, e non dirò altro a tal proposito poichè do scontata l’igiene personale di ciascuno di noi), ma ora vi spiego:

Siete stati di recente in un qualsiasi negozio di intimo (per signora: da voi maschietti torno più tardi) a dare una sbirciata, magari cogliendo l’occasione dei saldi? E non vi ha urtato nulla, ma proprio nulla di questa scandalosa, silenziosa, strisciante rivoluzione che sta accadendo?

Non sto parlando del prezzo a dir poco vergognoso con cui talune marche (che non nominerò, benchè gli abbia augurato un veloce inesorabile declino, visto che si approfittano così di noi povere consumatrici) propongono la loro merce (9,00 € al paio.. un paio di mutande?? Due triangolini di stoffa – quando ci va bene, altrimenti è pizzo sbucherellato – elegante si, ma per l’amor del cielo manco fosse intessuto d’oro e perle  del mar Baltico!), nè di certe fantasie che possono essere solo il frutto di una mente malata, o drogata, che ci vengono proposte (andiamo: maculato multicolor? technicolor della riga? Siamo serie, almeno nel nostro intimo, non c’è bisogno di bardarsi proprio tutte tutte da tendoni da circo).

No, sto parlando proprio della forma e della sostanza della mutanda: la mutanda classica sta scomparendo! E nemmeno il WWF può dichiararla specie protetta, per quanto alcune di noi, affezionate al genere, firmerebbero subito un referendum in proposito.

Un tempo c’erano le mutande “normali”. Le trovavi al banchetto del mercato, in unicolor (bianco o nero), di cotone, ed erano un pò tristi.  Le hai messe fin da bambina, colorate delle più strane fantasie a orsetti, unicorni, gattini, cagnolini, ippopotami, ochette… e hai imparato a portartele addosso fino all’età adulta, e poi a non separartene mai, donna, come da quella copertina di Linus che ti fa sentire calda, coccolata, a posto per tutta la giornata, quasi senza nemmeno pensarci (perchè appunto non c’è nulla che possa rovinarti di più la gornata di indossare il paio di mutande sbagliate… ma anche su questo torneremo dopo).

Da grande, hai scoperto le variazioni sul tema: pizzi, frizzi, lazzi, nastri, perline, diamantini, hanno sostituito (ma non completamente.. ce l’abbiamo ancora un paio di Hello Kitty nel cassetto, non neghiamolo!) i disegnini infantili. La lycra e il “no stress” senza cuciture magari hanno rimpiazzato il buon vecchio cotone (salvo poi ripensarci e tornare alle origini), per le occasioni speciali abbiamo fatto provviste di satin e seta, ma così come non ci sogneremmo mai di dormire in babydoll quando fuori fa sottozero (è figo in pubblicità, ma allora se devo dormire così voglio anche avere il modello nel letto, tale e quale che in pubblicità, come incentivo che diamine!), non ci sogneremmo mai di girare tutti i giorni bardate “sotto” come se fossimo appena uscite da un sexy shop, e che i nostri cari ometti se la mettano via: anche loro non rinunciano alle loro comodità basilari in favore delle apparenze.

Certo,  prese dalla curiosità e dalla voglia di sperimentare, magari abbiamo spaziato dalle coulotte ai più striminziti tanga (anche se sono convinta che saperli indossare è una dote innata, e non si impara neanche in un milione di anni), ma se ci conosco bene, noi donne, raramente abbiamo abbandonato la cara vecchia mutanda comoda per il “tutti i giorni”.

Mutanda che non compare nemmeno più sugli scaffali dei negozi.

Se volete che ve ne mostrino qualcuna, scampata alla disinfestazione, dovete prendere una commessa e schiaffeggiarla, chiedendole “Dove le hai messe, sciacquetta, le mutande? Che cosa ne hai fatto, stronza! Che cosa ne hai fatto?!”  preda di una crisi isterica, e forse solo allora, ma di certo non con pietosa mossa, ve le uscirà dall’angolo più estremo di un cassetto dimenticato, dove sono stati relegati gli ultimi esemplari della specie (tinte unite, poche fantasie, il pizzo una rarità, quasi inguardabili). L’amara realtà, ti spiegherà la sciacquetta con un sorrisetto compiaciuto, è che la mutanda è stata silenziosamente, nottetempo, rimpiazzata da g-string e brasiliane, molto più alla moda (soprattutto se porti una taglia sotto la 42).

E la cosa mi suscita un’irrefrenabile risata isterica, se penso al paragone – azzeccatissimo a mio avviso – con quanto è successo sui nostri marciapiedi da qualche anno a questa parte.

Per carità, non voglio fare la bacchettona e forse sono anche troppo abitudinaria e scontata, e sono anche una fervente fan del motto “de gustibus…” però che diavolo qualcuno mi sa spiegare perchè devo patire le pene dell’inferno e sudare 7 camicie per scovare un paio di mutande in un qualsiasi pidocchioso negozio di intimo?

Dopotutto sono una consumatrice anche io, e del mio gusto e delle mie preferenze si dovrebbe tener conto, e invece niente. Solo tanga e brasiliane dovunque ci si giri, con quei fastidiosi 2 centimetri in meno che aumentano la sgambatura sul “didietro” e che sanno di scomodo da morire, con quella voglia matta che hanno di andare ad infilarsi….nel nostro dove-non-batte-il-sole.

Cos’è la crisi che non solo ci lascia in mutande ma ci ha rosicato anche quelle? E’ uscita una circolare firmata dal Governo che ci intima di “sacrificare” quei 2 centimetri per lato di stoffa per risollevare l’economia e sanare il debito pubblico? Se è così ditemelo, che almeno mi metto l’animo in pace, faccio tesoro delle mie scorte come in tempo di guerra, o che so, decido di correre ai ripari levandomi anche quelle.

Dopotutto, credo (spero!) che in questo paese ci sia ancora la libertà di esercitare il nostro insindacabile diritto all’autogestione delle risorse intime, e perciò pretendo che il mio segmento di spesa sia maggiormente rappresentato sugli scaffali dei nostri negozi.

Ma se così non dovesse piacere alle masse, o al Potere, e se deve essere guerra delle mutande… che guerra sia!

ps. sarei curiosa di sapere se anche i maschietti hanno lo stesso problema. Se un giorno si sono svegliati e qualcuno intanto si è sognato di cambiargli il taglio delle mutande (o delle cravatte o dei calzini.. cos’è che a voi ometti scoccia di più cambiare?) tanto da lasciarli, attoniti e sgomenti, sulla soglia di un mondo che non riconoscevano più.

Davvero, vorrei saperlo.

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